Noir incontra Alessandro Rossi

Cara città

“Cara Città, un po’ di periferia come sai fare te

 ti ho vista crescere se non il contrario 

perché tu  hai visto crescere i miei perché   

il tuo sapore è quello del radicchio col retrogusto amaro

che primo o poi ingoi e metabolizzi…”   

Alberto Dubito – Cara Città

Calpesto violentemente i sampietrini di questa maledetta città amara fino a sfrangiarmi le corde vocali. Strappo con le unghie le pareti di Villa Selvatico; abituiamoci a non essere abituati a qualcosa di nuovo. Che non sia mai.

Brucio le distanze con le pupille in fiamme e mi riparo altrove.

Stringo i denti e brucio dentro,ma sei mani tinte di nero mi mostrano che una via c’è.

Stringo i denti e guardo avanti, che forse qualcosa per questa città amara, si può ancora fare.

Metto in moto il motore del mio moto perpetuo per guizzare fuori dal traffico ordinario delle sette e mezza pm. Post mortem. Scorro viali alberati da lampioni inermi come questa città. Urbanistica mentale dal sapore di asfalto esaltato dall’esile pioggia autunnale. Mentalità urbanistica di una gastronomia cittadina fatta di rotonde che girano sempre su se stesse. Corro via da questa rotonda verso Ponzano, dove i ragazzi del Noir non parlano, agiscono e si sollevano in un assalto frontale, uniti quest’oggi con l’asse toscano.

Un’ardita fiamma resiste alla pioggia di questo lunedì 4 Novembre, strillando di passione per poi scagliarsi nel buio. Una serata pronta a trascrivere il vecchio, trasformandolo nel valore moderno. Tre persone che giocano con le sillabe amare di questa città, cibandosi del nuovo, abbattendo ogni limite per uscirne invincibili e più forti di prima. Troveranno loro il rimedio giusto ad una città tetra, ma tu ora non pensarci, entra e unisciti a loro.

Mi sedetti al bancone fronte cucina, pronto a godermi lo spettacolo in prima fila. Barman, una Treviso da bere, in uno shot di Martini, olive comprese. Grazie. Nere o verdi faccia lei.

Ed ecco che pian piano si levigano i pensieri nel limbo degli spiriti adagiati su dolci noti marine e suadenti grassezze campestri. Olive, carne e pesce.

Benvenuti alla cena a 6 mani.

Tra torchi nel diaframma e mascelle serrate, si morde l’avanguardia del gusto. Tartare di diaframma, zucca fermentata e salva cremasco. Attraverso un bilanciamento audace e sinuoso, si inseriscono a fasi alterne percezioni dolci e grasse che solleticano il palato, invogliando progressivamente il boccone successivo.

Poi con la sua sofficità ammaliante, si presenta al tavolo la Patata, tartufo, cioccolato bianco e vaniglia. Penetranti note terrigene di tartufo si issano all’olfatto fino all’inebriamento celebrale, nel mentre, un confortante turbinio di elegante dolcezza si espande in tutto il palato.

Incursioni venete si scatenano nel piatto con il Raviolo ripieno di baccalà, rafano, cipolla in agro e spirulina. L’esplosività gustativa del raviolo si snellisce con la piccantezza del rafano e l’agrodolce della cipolla. Un piatto elettrizzante capace di farti saltare dalla sedia sin dal primo boccone.

Da un mare all’altro: Un radicchio al mare. Strimpellata di texture amare osmotizzate in acqua di mare che sguazzano nelle più svariate sfumature ittiche tra i sapori del ristretto di caciucco e la forza schiacciante della maionese di teste di gambero. Un piatto audace che in poco tempo lega più tradizioni e che al palato regala intense emozioni.

Odori di tradizioni mai perse, passate al setaccio e tolte da ogni male a lei causato. Pasta e fagioli a modo nostro. I brutti pensieri affogano nella soffice spuma di fagioli, concretizzandosi ancor meglio attraverso altre sue tipologie lasciate integre, come la morale di questo piatto. Scrocchia sotto i denti la pasta fritta portando via con sé ogni dubbio.

E poi il carboidrato che ti coccola: Fusillo, pollo, coriandolo e caviale d’aringa. Coccole campestri e schiaffi di salinità che aderiscono ad un elegante fusillo adornato da orgasmiche creste di gallo, in un piatto tanto raffinato, quanto confortevole.

E poi l’autunno prende il sopravvento. Oca confit, castagne e passion fruit. Un’oca  tenera, grassa e dal sapore accattivante, come essa esige, senza perdere la sua raffinatezza, marcata dalla terrosità della castagna, e sgrezzata dall’acidità del passion fruit.  La campagna ai tempi moderni. Altre evoluzioni ittiche stampate nella terra navigano il bancone.

Capesante, porcini, latte di mandorla ed erbe spontanee. Un piatto elegante e raffinato che risuona i ritmi della natura a basse frequenze senza troppo disturbarla. Dalla fine dolcezza delle capesante, alle ammalianti salse e maionese a base di mandorle che ben si prestano nel lieve battito del piatto. Camouflage di erbe amaricante sul nascere di tenere lamelle di funghi porcini. Una soave melodia naturale.

Il finale carnivoro è un’ode alla densa succulenza. Pancia di maialino, senape, mela e carbone. Intensità salivare che richiama a sé il grasso buono di una morbida pancia di maialino perfettamente eseguita. Rigenerazione verticale con la percezione senapata mista alla dolcezza della mela. Peccati di gola.

Un pre-dessert che porta dipendenza, Pi ñ a colada, cioccolato bianco, frutto della passione, apre il gioco del dolce. La goliardia iniziale si trasforma in un’elettrizzante freschezza estiva esotica che rinvigorisce testa e palato. Ma non si rimarrà comodi per sempre: Ricotta, miele e camomilla. Dolce molto avvezzo al versante nordico della gastronomia, a cui il termine dolce non piace più di tanto. Astringenza, balsamicità e note amaricanti per un finale che diviene specchio dell’ego della città.

La notte stringe che ormai si fa giorno. Scatto un’ultima istantanea fermando l’attimo di quello che il futuro preserva a Treviso. Per uno che parte, due che arrivano. In fin dei conti non siamo in brutta compagnia. Stringo i denti e continuo a bruciare dentro. Brucio di speranze non più vane. Forse qualcosa di recuperabile ancora c’è.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *